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Venerdì 20 Maggio 2016, alle ore 18,30 presentiamo assieme a Guido Bartorelli il video di Sandra Marconato “21.800.000 attimi di luce”  all’interno della mostra “La montagna di Paul. La nuvola di Bruno”. Un’occasione per incontrare Sandra, grande artista ed amica, e, per chi se la fosse persa, di vedere la mia mostra.                                                          In via Makallè 97 (park in via Garigliano 52) Padova.

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Nell’ultima parte della sua vita Paul Cezanne ha dipinto sempre la stessa montagna, circa settantacinque montagne di Sainte-Victoire tra oli, acquarelli e disegni. Evidentemente l’oggetto di Paul non era la montagna, ma il dipingere, il lavoro della pittura.
“Bisogna essere un operaio nella propria arte. Conoscere presto il proprio metodo di realizzazione. Essere pittore grazie alle qualità proprie della pittura.”

Il mio progetto prevede un lavoro sullo stesso oggetto, il lavoro della pittura.
Avevo bisogno di un equivalente della montagna, e ho pensato (o meglio, incontrato per caso) ad una nuvola, che forse è la cosa più lontana da una montagna che io possa immaginare. Una montagna è sempre lì, è il simbolo della stabilità. Una nuvola è effimera, non la si può copiare dal vero, è diversa in ogni istante.

“Procedo molto lentamente, perché la natura è per me estremamente complessa, e i progressi da fare sono infiniti. Non basta vedere bene il proprio modello, bisogna anche sentirlo con esattezza, e poi esprimersi con forza e chiarezza.”
Questa mostra è quello che ne è venuto fuori in quasi cinque anni di lavoro.

La mostra ospita anche alcuni disegni e un video di Sandra Marconato.

la mostra rimane aperta, su appuntamento (+39 335 54 76 759 o brunolorini@yahoo.it) , tutto il mese di Maggio.

WALSER

Venerdì 26 settembre 2014

spazio Thetis, Arsenale Novissimo, Venezia

da un’idea di Franco Pavanello
a cura di Caterina Benvegnù con la collaborazione di Enoch Battagin

con:
Mario Airò, John Armleder, Massimo Bartolini, Emanuele Becheri, Alex Bellan, Monica Bonvicini, Ana Maria Bresciani, Martin Creed, Jan Fabre, Peter Fischli & David Weiss, Stefania Galegati, Luigi Ghirri, Chris Gilmour, Peter Liechti,       Bruno Lorini, Thorsten Kirchhoff, Kensuke Koike, Dimitris Kozaris, Eva Marisaldi, Liliana Moro, Diego Perrone, Quay Brothers, Pietro Roccasalva, Antonio Rovaldi, J.F. Schnyder, Roman Signer, Alessandra Tesi, Guido Van Der Werve, Cesare Viel, Luca Vitone, Vedovamazzei, Jordan Wolfson

Opening ore 18:00

Tavola rotonda inaugurale ore 15:00
a cura di Cristina Menegolli e Caterina Benvegnù
con: Eugenio Baroncelli, Massimo Bartolini, Rocco Lorusso (Libreria Simon Tanner, Roma), Antonio Rovaldi, Beppe Sebaste


“Ha visto i colori divini del Lago di Costanza?” è un’esposizione che prende forma e ispirazione dalla poetica dello scrittore svizzero Robert Walser.

Nato nel 1878 e morto il giorno di Natale del 1956, Walser è figura unica all’interno del panorama letterario europeo. I personaggi che vanno a delinearsi nei suoi testi sono perlopiù dei perdigiorno (il protagonista tratteggiato da Eichendorff in Vita di un perdigiorno vede in Walser l’erede più autentico, rispetto a questa visione filosofica e romantica della vita). L’opera di Walser si fonda su di una narrazione disgiuntiva, sconnessa, destrutturata. Essa diviene poetica del frammento, di un’osservazione itinerante accompagnata da lunghe passeggiate, dell’esperienza di luoghi ed eventi come ricerca di un significato ulteriore, vicino alle contingenze della vita quotidiana, e pur ad esse più lontano che mai.

La contemporaneità propria di tale scrittura diviene lo stimolo per comporre una mostra nella quale diversi lavori di artisti nazionali ed internazionali le facciano da rimando. L’intento del progetto è di dar vita ad un percorso che – delicatamente – sveli, accenni e indaghi una poetica fatta di ironia, solitudine, lentezza, scomparsa.

Indagare su (e con) Robert Walser vuol dire andare alla ricerca in punta di piedi di tracce poco evidenti, di camminare con la sua scrittura di sparizioni, di percorrere lentamente direzioni poco marcate. Le opere in mostra tenteranno, con linguaggio narrativo affine, di infilarsi tra le pieghe di questo percorso, di inciampare con lui tra immagini, visioni, sonorità.

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http://www.kunstverein-passau.de

18 settembre / 12 ottobre 2014

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Nell’ultima parte della sua vita Paul Cezanne ha dipinto sempre la stessa montagna, settantacinque montagne di SainteVictoire tra olii, acquarelli e disegni. Evidentemente l’oggetto di Paul non era la montagna, ma il dipingere, il lavoro della pittura.

Il mio progetto prevede un lavoro sullo stesso oggetto, il dipingere. Avevo bisogno di un equivalente della montagna, e ho pensato (o meglio, ho incontrato per caso) ad una nuvola, che forse è la cosa più lontana da una montagna che io possa immaginare. Ho deciso che voglio arrivare a farne settantacinque.

http://www.youtube.com/watch?v=KVL2kQ32rNI
 
 
 
 
 l'anno prossimo01 l'anno prossimo02 l'anno prossimo03 l'anno prossimo04 l'anno prossimo05 l'anno prossimo06
 
la poesia di Carver qui sotto è il titolo del mio lavoro esposto alla galleria Browning di Asolo
L’ANNO PROSSIMO
Quella prima settimana a Santa Barbara non fu la cosa peggioreche gli capitò. La settimana dopo cadde sbattendo la testamentre beveva subito prima di una lezione.Al bar, quella seconda settimana, lei strappò il microfonodalle mani della cantante e si mise a cantare la propriacanzone d’amore. Quindi prese a ballare e poi svennesul tavolo. E il peggio doveva ancora venire. Finironoin prigione, quella seconda settimana. Lui non era al volanteperciò lo immatricolarono, gli misero un pigiamae lo sbatterono in una cella di disintossicazione. Gli dissero di dormire.

Gli dissero che avrebbe potuto informarsi della moglie la mattina dopo.

Ma come poteva dormire se non gli lasciavano neanche

Chiudere la porta della stanza?

Ci entrava la luce verde del corridoio

e il rumore di un uomo che piangeva.

Alla moglie era stato chiesto di dire l’alfabeto

Sul bordo della strada, nel cuore della notte.

Una cosa già abbastanza strana. Ma il poliziotto l’aveva fatta pure

fatta stare in piedi su una gamba, a occhi chiusi,

e cercare di toccarsi la punta del naso con l’indice.

Tutte cose che non era riuscita a fare.

Era finita in galera per resistenza a pubblico ufficiale.

Lui la tirò fuori su cauzione appena uscito dalla disintossicazione.

Tornarono a casa a pezzi.

E li peggio doveva ancora venire. La figlia aveva scelto quella notte

per scappare di casa. Aveva lasciato un biglietto:

“siete tutti e due fuori di testa. Lasciatemi in pace, VI PREGO.

Non venite a cercarmi”.

E questo non era ancora il peggio. Continuarono

A pensare di essere le persone che dicevano di essere.

A rispondere a quei nomi.

A fare l’amore con persone con quei nomi.

Notti senza principio e che non avevano fine.

A parlare di un passato come se fosse veramente esistito.

A dirsi a vicenda che di questi tempi l’anno prossimo,

di questi tempi l’anno prossimo

le cose sarebbero andate diversamente.

Raymond Carver

Trad. Riccardo Duranti

Da “Orientarsi con le stelle” ed. minimum fax

 
 
 
Un, due, tre, stella!A cura di Roberta Iachini e Bruno LoriniVINTAGE FESTIVALCentro Culturale S. Gaetano. Padova9, 10, 11 Settembre 2011Il titolo non si riferisce al delizioso film di Bertrand Blier con Marcello Mastroianni, ma al gioco che molti avranno fatto da bambini.  Come tutti i giochi ha la sua componente simbolica, quella educativa e quella drammatica e, come tutti i giochi è estremamente serio.Si racconta che il simbolo delle Brigate Rosse sia stato ideato così per poter essere fatto velocemente ma con una certa precisione. L’iscrizione dentro il cerchio della stella serviva principalmente a facilitarne il disegno regolare. Pochi gesti per creare un simbolo subito riconoscibile, un marchio: un, due, tre, stella!

Vintage può essere un oggetto, un modo di vestire, un modo di parlare, un comportamento, un marchio che diventa  testimonianza dello stile di un’epoca del recente passato e che ha segnato profondamente alcuni tratti iconici di un particolare momento storico.

Attorno ad alcuni tratti iconici che hanno caratterizzato gli anni settanta in Italia, e a Padova con particolare intensità, si muoveranno gli artisti, molto diversi tra loro come approccio, formazione, poetica, età.

L’eskimo e le desert boots o la Vespa Primavera e i Ray Ban a goccia più che delle divise sono stati dei confini.

La familiarità con le parole e le immagini della violenza, sia di stato che di quartiere.

Portare l’attacco al cuore dello stato, si ciclostilava, e intanto lo stato attaccava se stesso dall’interno.

Pensieri che diventano valige piene di esplosivo e parole che diventano proiettili, teorie che spappolano tibie,  gente che se ne va in Francia o in sudamerica col biglietto pagato dai servizi.

Il peso di quel periodo storico grava ancora oggi sul nostro paese, sulla possibilità di una politica antagonista creativa, sulla fiducia negli apparati dello stato, sulle forze dell’ordine.

Un approccio leggero o ironico a questi argomenti ci sembra un modo serio e possibile per riflettere senza che quel peso ci impedisca di muoverci.

http://www.facebook.com/media/set/?set=a.2200105175537.117244.1634531976

http://www.facebook.com/media/set/?set=a.256756554357413.67536.131670936865976

www.vintagefestival.org

 
 
 
 
 
http://www.macinino.com/forge/i-responsabili/ 
 
 
Lunedì 14 Marzo 2011 ore 21
Presentazione di “LA MONTAGNA DI PAUL, LA NUVOLA DI BRUNO”
di Bruno Lorini che racconterà il suo nuovo progetto conversando con Guido Galesso.
nei locali di ARCHEDRA.
a Padova – via Vicenza, 22

Nell’ultima parte della sua vita Paul Cezanne ha dipinto sempre la stessa montagna, settantacinque montagne di SainteVictoire tra olii, acquarelli e disegni. Evidentemente l’oggetto di Paul non era la montagna, ma il dipingere, il lavoro della pittura.

Il mio progetto prevede un lavoro sullo stesso oggetto, il dipingere. Avevo bisogno di un equivalente della montagna, e ho pensato (o meglio, ho incontrato per caso) ad una nuvola, che forse è la cosa più lontana da una montagna che io possa immaginare. Ho deciso che voglio arrivare a farne settantacinque.

lunedì 29 novembre alle 21 presso gli spazi di ARCHEDRA in via vicenza 22 a Padova
presenteremo  ANNUNCIAZIONE  di Carlo Dalcielo
“Annunciazione” è un progetto in corso d’opera di Carlo Dalcielo, curato da Bruno Lorini e Giulio Mozzi. Nel corso della serata sarà presentato lo stato dell’arte; saranno proiettati alcuni video ed esibiti alcuni storyboard; seguiranno letture e drink.

Carmen Cano

descrive tutte le settimane sul sito macinino.com un’opera d’arte inaspettata che ha incontrato nei suoi viaggi in giro per l’europa

di Giorgio Falco

[Questo articolo è apparso in Repubblica l’11 febbraio 2010]

Otto chilometri a nord di Reggio Emilia, c’è un paese di novemila abitanti, Bagnolo in Piano. E’ probabile che i bagnolesi non sappiano di avere tra i loro nati uno scrittore, scelto per rappresentare l’Italia nell’antologia Best European Fiction 2010, pubblicata dalla casa editrice statunitense Dalkey Archive Press. Carlo Dalcielo è nato a Bagnolo in Piano nel 1980. L’ospedale in quel comune non è mai esistito e gli altri scarni dati biografici – reperiti da una mia chiacchierata amichevole con don Eugenio, l’anziano sacerdote della parrocchia di San Quirino, – confermano soltanto che la zia, Wilma Dalcielo, sorella di Mario, padre di Carlo, lavorava come ostetrica presso l’ospedale di Reggio Emilia, e proprio zia Wilma, oggi pensionata, pare abbia assistito Anna, madre di Carlo, nel parto a domicilio.Nel 1998 Carlo Dalcielo è ufficialmente rinato dalla collaborazione tra l’artista Bruno Lorini e lo scrittore Giulio Mozzi. Dalcielo debutta in Fiction (Einaudi, 2001), quando ha preso la parola sottraendola a un Mozzi particolarmente prolifico in quel periodo. Da allora, Dalcielo ha continuato a scrivere, esposto in gallerie nazionali ed estere, nel 2008 ha pubblicato un libro anomalo, omaggio a Carver nel ventennale della morte: Il pittore e il pesce (minimum fax). Proprio il contributo narrativo di Dalcielo, intitolato Carlo non sa leggere, è stato scelto e ripubblicato nell’antologia citata.

Quando ho visto l’indice del libro, sono rimasto sorpreso, perché l’editore e il curatore Aleksandar Hemon hanno inserito Giulio Mozzi (Aka Carlo Dalcielo). Ecco, Also known as, messo tra parentesi, mi è parso ingeneroso verso Carlo Dalcielo, equiparato a uno pseudonimo di Giulio Mozzi. Chissà come si sarebbero comportati davanti ai testi di Alberto Caeiro, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, e soprattutto di Bernardo Soares: i celebri eteronimi di Fernando Pessoa. Forse editore e curatore hanno scambiato Carlo Dalcielo per una sorta di Kakà al contrario, come se Ricardo Izecson dos Santos Leite fosse Giulio Mozzi, e Kakà, il suo soprannome meno celebre, messo tra parentesi.

Insomma, Giulio Mozzi si è travestito, per poco, da Carlo Dalcielo. Ma Carlo Dalcielo è qualcosa di più, su questi temi è facile smarrirsi, come ha fatto Bernard Henry Lévy, citando Jean Baptiste Botul, filosofo inesistente. L’eteronimo scende in profondità nel fittizio, ha una propria personalità che, sebbene dispersa dentro l’ortonimo, riaffiora nitida, gli permette di scrivere, anche in modo diverso. Può sembrare un argomento frivolo, ma un’epoca che, teoricamente, ha fatto della liquidità identitaria uno dei propri fondamenti – tra blogger, nickname e avatar – Carlo Dalcielo messo tra parentesi mi delude, tanto che, quando Mozzi ha cercato di postare il profilo di Carlo Dalcielo in Wikipedia, i gestori hanno cancellato la voce, perché Carlo Dalcielo è autopromozione commerciale.

Ma allora, non siamo tutti Carlo Dalcielo? Forse, visto che le opere non bastano, Lorini e Mozzi dovrebbero definire meglio la vita di Dalcielo. Stabilire, come ha fatto Pessoa con i suoi eteronimi, i dettagli dell’esistenza, anche la morte di Dalcielo, magari prematura, in un incidente automobilistico, un lunedì sera, di ritorno dalla presentazione di un libro, oppure investito da un autobus, mentre Dalcielo attraversa la strada, sorseggiando una bottiglietta di acqua minerale. Lo stile di Carlo Dalcielo sembra il primo Giulio Mozzi. Questa può sembrare una debolezza, e forse lo è. Ma con il primo Giulio Mozzi, intendo Giulio Mozzi a vent’anni, quando magari neppure scriveva. Carlo Dalcielo è come una rigenerazione attraverso la scrittura, un autoritratto di Giulio Mozzi ventenne. Carlo Dalcielo scrive come Giulio Mozzi quando non scriveva. Dovremmo fare sempre così. Giulio Mozzi usa Carlo Dalcielo come una macchina fotografica, per cogliere, come direbbe il fotografo Guido Guidi, le cose là, dove non sono pensate: nel loro farsi immagine.

teatro delle maddalene

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Il pittore e il pesce nella sua forma video, con le letture registrate durante pordenonelegge ha partecipato alla III Giornata dell’ascolto che si è tenuta a Padova al Teatro delle Maddalene il 24 Maggio 2009

http://annunciazione.wordpress.com/010-il-progetto-base-di-annunciazione/

bruno lorini e giulio mozzi

ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso

f.p.